La sede torinese de La Stampa è stata assaltata nel pomeriggio di giovedì 28 novembre 2025, quando un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione nel palazzo che ospita la redazione. L’episodio, avvenuto nel pieno di una giornata già segnata da tensioni e cortei, ha trasformato un momento di protesta in un atto diretto contro uno dei quotidiani più riconosciuti del panorama nazionale. In pochi minuti, la strada si è riempita di cori, fumogeni, vernice e lanci di oggetti, mentre l’ingresso del palazzo veniva forzato e gli interni messi a soqquadro.
Dall’esterno all’interno: la protesta diventa violenza
Tutto è avvenuto con una rapidità sorprendente: prima il lancio di materiale organico oltre la recinzione, poi le scritte sulle pareti e infine la porta infranta. Una volta dentro, alcuni partecipanti al blitz hanno rovesciato fascicoli, giornali, sedie, lasciando dietro di sé un ambiente sconvolto e simbolicamente violato. Le redazioni erano vuote a causa dello sciopero in corso — condizione che ha evitato il contatto diretto con il personale ma non il peso dell’intimidazione.
Il bersaglio non era solo un edificio
La sede non è stata scelta a caso: per chi ha partecipato all’assalto, il quotidiano rappresentava un “simbolo”, un punto preciso contro cui indirizzare il malcontento legato al modo in cui viene raccontata la cronaca politica e internazionale. La critica al giornale si è trasformata in azione fisica, superando il limite che divide la contestazione legittima dall’aggressione.
Reazioni immediate e unanimi
Nel giro di pochi minuti le istituzioni, gli organismi giornalistici e il mondo dell’informazione hanno commentato l’accaduto con fermezza. Preoccupazione e condanna sono state le prime risposte, seguite dalla richiesta di protezioni più solide per chi lavora nella produzione di notizie. Per molti osservatori, l’assalto non è solo un gesto violento, ma un precedente che solleva interrogativi profondi sulla sicurezza delle redazioni e sul clima sociale che attraversa il Paese.
Un campanello d’allarme nazionale
Criticare un giornale è un diritto. Attaccarlo fisicamente è un’altra cosa: è un messaggio.
Il blitz del 28 novembre rappresenta un avvertimento sul fragile equilibrio tra libertà d’espressione, tensioni politiche e capacità di confrontarsi senza oltrepassare il confine dell’odio. Dove finisce la protesta e dove inizia l’intimidazione? È qui che si misura lo stato della democrazia.
Un pensiero di vicinanza
A La Stampa — ai suoi giornalisti, ai tecnici, a chi ogni giorno costruisce informazione con dedizione — va un sincero sentimento di vicinanza. Un assalto può danneggiare mura e scrivanie, ma non il valore della parola. Che questo episodio diventi monito e non freno: l’informazione libera vive proprio quando qualcuno tenta di spegnerla.
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