Muore a 2 anni dopo un trapianto di cuore: la morte di Domenico scuote l’Italia

autore Paolo Guidali
Domenico, muore a soli 2 anni dopo il trapianto di cuore

È morto oggi Domenico, due anni e mezzo, dopo oltre sessanta giorni di terapia intensiva. Il cuore che gli era stato trapiantato il 23 dicembre 2025 non ha mai garantito una funzione autonoma efficace. Questa mattina il suo organismo, già gravemente compromesso, ha cessato di rispondere ai supporti meccanici che lo tenevano in vita.

Il bambino era ricoverato presso l’Azienda Ospedaliera dei Colli – Ospedale Monaldi, centro di riferimento per la cardiochirurgia pediatrica. La sua morte chiude una vicenda clinica e giudiziaria che ha aperto interrogativi pesantissimi sulla gestione dell’organo destinato a salvarlo.

Il trapianto del 23 dicembre e il cuore che non “parte”

Domenico soffriva di una grave cardiopatia. Il trapianto rappresentava l’unica possibilità concreta di sopravvivenza. L’intervento fu eseguito alla vigilia di Natale, dopo l’arrivo di un cuore compatibile proveniente da un’altra regione.

Fin dalle prime fasi post-operatorie, però, emerse un dato critico: l’organo impiantato non stava funzionando in modo adeguato. Il bambino fu collegato immediatamente alla circolazione extracorporea (ECMO), sistema che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni quando l’attività cardiaca è insufficiente.

Con il passare dei giorni, l’assenza di una funzione cardiaca autonoma ha provocato un deterioramento progressivo di altri organi vitali. Le settimane trascorse in supporto meccanico hanno reso il quadro clinico sempre più complesso, fino all’impossibilità di un secondo trapianto.

Il sospetto centrale: organo compromesso durante il trasporto

Le verifiche successive hanno spostato l’attenzione sulla fase precedente all’intervento, in particolare sul trasferimento dell’organo.

Un cuore destinato al trapianto deve essere mantenuto a temperatura costante, generalmente intorno ai 5 °C, all’interno di contenitori certificati e con sistemi di monitoraggio. Un raffreddamento eccessivo può causare danni strutturali alle cellule del miocardio, compromettendone la capacità contrattile.

L’ipotesi investigativa è che durante il viaggio verso Napoli l’organo possa essere stato esposto a condizioni termiche non conformi. Se il danno si fosse verificato in questa fase, il cuore sarebbe arrivato in sala operatoria già in condizioni critiche.

Il nodo tecnico dell’espianto: la sequenza chirurgica sotto esame

Il passaggio più delicato dell’intera vicenda riguarda la fase intraoperatoria.

In un trapianto cardiaco pediatrico la procedura segue una sequenza precisa: apertura dello sterno, collegamento alla macchina cuore-polmone, arresto controllato della circolazione cardiaca e successivo espianto del cuore malato. Solo dopo l’impianto del nuovo organo si procede alla rivascolarizzazione e alla verifica della ripresa funzionale.

Secondo quanto emerge dagli atti oggetto di indagine, nel caso di Domenico il cuore nativo sarebbe stato rimosso prima che fosse completata una valutazione definitiva dello stato dell’organo donato appena arrivato in sala operatoria.

Dal punto di vista tecnico, questo è un passaggio cruciale. Una volta espiantato il cuore del paziente, il bambino dipende totalmente dalla macchina extracorporea e dall’organo sostitutivo. Se il cuore donato risulta compromesso solo dopo l’espianto, la situazione diventa immediatamente critica e le possibilità di interrompere la procedura si riducono drasticamente.

Le perizie dovranno stabilire:

  • se l’organo presentasse segni macroscopici evidenti di danno al momento dell’apertura del contenitore;

  • se la verifica intraoperatoria sia stata completa e conforme ai protocolli;

  • quale sia stata la sequenza temporale tra apertura del contenitore, valutazione dell’organo ed espianto del cuore del bambino;

  • se vi fossero elementi oggettivi per sospendere l’intervento prima della rimozione definitiva.

È su questa soglia temporale che si concentra il cuore dell’inchiesta.

L’inchiesta della Procura: ruoli, indagati e profili di responsabilità

La Procura della Repubblica di Napoli ha aperto un fascicolo per lesioni colpose gravissime, ipotesi che potrebbe essere ridefinita alla luce dell’esito mortale. Sei sanitari risultano iscritti nel registro degli indagati.

Gli accertamenti riguardano l’intera filiera:

  1. Équipe di prelievo dell’organo, responsabile della verifica iniziale e del confezionamento.

  2. Personale addetto alla conservazione e al trasporto, incaricato di garantire la stabilità termica e la tracciabilità del contenitore.

  3. Responsabili del centro trapianti ricevente, chiamati a valutare l’idoneità dell’organo all’arrivo.

  4. Chirurgo responsabile dell’intervento e membri dell’équipe operatoria, che hanno deciso di procedere all’espianto e all’impianto.

Le domande investigative sono precise:

  • Il danno all’organo era riconoscibile prima dell’impianto?

  • I protocolli di conservazione sono stati rispettati in modo documentabile?

  • La decisione di rimuovere il cuore del bambino è stata presa in condizioni di piena consapevolezza dello stato del cuore donato?

Se il danno fosse risultato evidente e l’intervento fosse proseguito comunque, la responsabilità si concentrerebbe sulla valutazione clinica intraoperatoria. Se invece il problema fosse stato occulto o non rilevabile, l’attenzione si sposterebbe sulla fase di trasporto e conservazione.

Secondo trapianto impossibile

Nei giorni scorsi era stata presa in considerazione l’ipotesi di un nuovo trapianto. Tuttavia, il prolungato supporto extracorporeo e il deterioramento multiorgano avevano reso il quadro clinico incompatibile con un secondo intervento.

Oggi il cuore che non aveva mai ripreso una funzione autonoma si è fermato definitivamente.


Una tragedia che interroga il sistema

La morte di Domenico non è soltanto una vicenda giudiziaria. È un caso che mette sotto esame la sicurezza dell’intero sistema dei trapianti pediatrici.

In queste procedure ogni passaggio è determinante: conservazione, controllo della temperatura, verifica clinica, tempistiche chirurgiche. Un errore in uno solo di questi anelli può compromettere tutto.

Ora saranno le perizie tecniche e le ricostruzioni minuto per minuto a stabilire se si sia trattato di una complicanza imprevedibile o di una catena di decisioni errate.

Oggi resta il dato più doloroso: un bambino di due anni e mezzo non c’è più.

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