Una ragazza di 23 anni è stata molestata su un autobus urbano e poi aggredita nel portone di un palazzo nel pomeriggio, intorno alle 16:00. L’uomo fermato — Amran Md, 27 anni, bengalese — era stato condannato poche ore prima per furto, ma si trovava comunque in libertà.
Molestie sul bus, lei si sposta: lui insiste e la segue
La giovane era seduta a bordo della linea urbana diretta verso il centro quando l’uomo ha iniziato a rivolgerle attenzioni indesiderate. Lei cambia posto per allontanarsi, lui continua a fissarla, la segue alla fermata. Nessuna fuga possibile, nessuna tregua.
L’inseguimento e l’aggressione nel portone
Una volta scesa dal mezzo, la ragazza accelera per lasciarselo alle spalle. L’uomo invece la raggiunge. Insulti, minacce, una bottiglia di vetro agitata come intimidazione. La trascina dentro l’androne di un palazzo, la sbatte al muro, la colpisce. Lei rimane ferita con trauma cranico lieve, escoriazioni ed ecchimosi.
Le urla, la passante, il fidanzato e l’arresto
Una donna 25enne sente le urla, apre il portone, allerta i soccorsi. Intanto il fidanzato della vittima, guidato dal telefono, arriva sul posto e aiuta a bloccare l’aggressore fino all’arrivo della polizia. L’uomo viene arrestato in flagranza.
Il punto cruciale: era già noto e appena condannato
Il dato più inquietante è questo: Amran Md aveva precedenti per furto e rapina, era stato processato e condannato quella stessa mattina, eppure si trovava di nuovo libero per strada nel giro di poche ore. Una misura insufficiente, un varco enorme nel sistema di tutela, e una domanda inevitabile:
Quante volte può ricominciare, prima che qualcuno lo fermi davvero?
Una ragazza è viva grazie a un portone aperto al momento giusto, a una passante che ha ascoltato, a un telefono che ha guidato un fidanzato.
Non sempre va così.
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